Negli ultimi mesi la vicenda degli ex Mercati Generali di Ostiense è al centro del dibattito pubblico. E non potrebbe essere altrimenti. Quel grande vuoto urbano, carico di storia e di significato, rischia di essere consegnato a un destino che non parla alla città, né ai suoi quartieri, né alle persone che li abitano. Il progetto che oggi avanza – dominato dalla realizzazione di un enorme studentato privato e da funzioni orientate principalmente alla rendita – non è soltanto discutibile nel merito: è paradigmatico di una trasformazione più profonda, che riguarda tutta Roma.
La verità è che quel progetto somiglia a tanti altri interventi che si stanno moltiplicando in città: strutture ibride tra residence, alberghi e studentati di lusso, che si presentano come risposte a bisogni sociali ma che, nella sostanza, finiscono per alimentare una logica immobiliare aggressiva, poco controllata e molto sbilanciata.
A San Lorenzo lo vediamo con il grande complesso del Social Hub. Al Pigneto con lo studentato previsto nell’ex cinema Impero. Nel centro storico, con il proliferare di nuovi grandi alberghi: quattordici, solo negli ultimi anni, autorizzati o in corso di autorizzazione. Roma appare sempre più orientata a costruire alloggi temporanei, ricettivi, turistici, destinati a studenti benestanti o a professionisti di passaggio. Un’offerta che cresce mentre gli alloggi per chi vive davvero in città – famiglie, lavoratori, giovani, studenti con redditi normali – diventano sempre più rari e più cari.
È una contraddizione evidente: da un lato salutiamo positivamente la volontà del Comune di regolamentare gli affitti brevi, una battaglia che come Nonna Roma, insieme a Social forum per l’Abitare e Grorab, portiamo avanti da anni; dall’altro, però, vediamo avanzare progetti che vanno nella direzione opposta, ampliando la pressione turistica e immobiliare e trasformando Roma in una città sempre meno accessibile. È come voler svuotare il mare con un cucchiaio: limitare gli affitti brevi mentre si autorizzano mega-studentati e nuovi hotel significa rendere vano ogni tentativo di riequilibrio.
Ma c’è un altro punto cruciale che non possiamo ignorare: un’amministrazione comunale ha il potere – e la responsabilità – di orientare il modello di sviluppo locale. Può scegliere di puntare su un’economia diversificata, capace di generare lavoro stabile e valore diffuso, oppure può continuare a spingere Roma verso una monocultura turistica che, oltre a trasformare i quartieri, produce occupazione fragile. Il turismo, soprattutto quello mordi-e-fuggi, è un settore a basso valore aggiunto, caratterizzato da salari bassi, contratti intermittenti, stagionalità, scarsa tutela. Basare la crescita della città quasi esclusivamente su questa industria significa accettare un futuro fatto di lavori precari, redditi insufficienti e una dipendenza economica rischiosa. Puntare sul turismo come asse centrale dello sviluppo, come sembrano fare molte delle scelte in corso, non è soltanto miope: è un errore strategico in una città che avrebbe tutte le potenzialità per costruire un’economia più solida, innovativa e inclusiva.
E allora la domanda da porci è semplice, e riguarda tutti: che modello di città stiamo costruendo? Roma vuole davvero seguire la strada di Milano, dove la rendita ha prevalso su tutto, dove i quartieri popolari vengono trasformati in vetrine, dove il diritto all’abitare diventa un lusso e dove chi non ha redditi alti viene progressivamente espulso?
Noi crediamo che Roma meriti un futuro diverso. Un futuro in cui il diritto alla casa non sia sacrificato sull’altare del profitto immobiliare; in cui i quartieri non vengano snaturati da un turismo pervasivo; in cui la città non venga ridotta a un parco giochi da consumare. Roma può e deve immaginare un modello economico più ricco e più giusto. Un modello che distribuisce valore, non che lo estrae.
Per questo sosteniamo la battaglia del Comitato che si sta mobilitando in queste settimane. Perché quella degli ex Mercati Generali non è solo una questione urbanistica: è un simbolo del bivio davanti al quale Roma oggi si trova. Da una parte una città disegnata per la rendita immobiliare e le operazioni speculative, per i turisti e le popolazioni transitorie alto spendenti; dall’altra una città che sceglie di restare viva, popolare, giusta, abitabile.
La direzione che prenderemo non è già scritta. Dipende da scelte politiche, da visioni, da coraggio. E soprattutto dipende da un’idea semplice, ma decisiva: una città è tale solo se resta casa di chi la vive.

